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MILANO E LA PIETRA NATURALE
31. July 2006 12:54
(last updated: 15. February 2010 18:55)
Pubblicato in ARCHITETTURA

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Il rapporto millenario tra la pietra e le città, L'esempio milanese della ricerca delle origini delle pietre lombardo-piemontesi che l'hanno fatta grande e che ritornano nei principi del moderno vivere urbano. Questa ricerca parte proprio dai luoghi estrattivi dove la "pietra nasce", dagli approcci diagnostici, dagli studi estetici e dalle decisioni che fanno di un progetto un'opera destinata a durare per secoli proprio come pietra insegna. "Dalla cava alla bottega del marmista, l'abbinamento è sempre stato vincente."

(foto: piazza del Duomo)

Il rapporto millenario tra la pietra e le città, L'esempio milanese della ricerca delle origini delle pietre lombardo-piemontesi che l'hanno fatta grande e che ritornano nei principi del moderno vivere urbano.
Questa ricerca parte proprio dai luoghi estrattivi dove la "pietra nasce", dagli approcci diagnostici, dagli studi estetici e dalle decisioni che fanno di un progetto un'opera destinata a durare per secoli proprio come pietra insegna. "Dalla cava alla bottega del marmista, l'abbinamento è sempre stato vincente." Nelle foto a lato si possono vedere alcune delle cave storiche dei materiali utilizzati a Milano: il Rosa Baveno della sponda piemontese del Lago Maggiore, Il Ceppo di Grè della sponda bergamasca del Lago d'Iseo e il Porfido di Cuasso al Monte in Provincia di Varese quasi sulla linea di confine con la Svizzera.
In quella a lato un momento di queste ricerche con il Professor Alessandro Ubertazzi Preside della Terza Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano e autore delle successive relazioni insieme al geologo: Giovanni Zaro della Geda, una società che si dedica alle analisi delle pietre e alla ricerca delle soluzioni tecniche.
Argomenti che sono anche il tema del convegno che interessa il miglior uso della pietra in ambito urbano nell'ambito di "Progetto Città" in FieraMilano.

Il tessuto urbano di Milano esprime raramente delle vere piazze (se si prescinde dalla toponomastica che identifica come tali, molti luoghi che sono più simili a spiazzi o slarghi): in realtà Milano sembra essere cresciuta attorno a crocevia di strade nate più per i traffici che per “stare”.

Le piazze più vive sono semmai spazi piccoli e tradizionalmente piuttosto intimi. Affini alle corti e ai cortili, che possiede in grande quantità, le poche piccole piazze effettive somigliano agli spazi sottostanti alle cupole delle molte sue chiese: quadrangolari le prime, ottagonali le seconde per le necessità di raccordare i transetti alle volte.

E di ottagoni interi o di frammenti d’ottagono è costellato il centro della città antica: dalle vestigia del Battistero di Santa Tecla al Campanile di San Gottardo, dall’abside del Duomo al tiburio di San Bernardino alle ossa, dall’oratorio del Pellegrini al crocevia della Galleria (che si chiama appunto “ottagono” per antonomasia).
Nel concepire l’architettura di un luogo che doveva porsi come ricucitura di tante distruzioni, e forse di altrettante distrazioni, abbiamo tenuto presenti questi semplici pensieri.
Abbiamo voluto che l’isolato sbrecciato (che oggi richiude Piazza Fontana a Nord) si concludesse in una solida architettura, quasi un’abside profana al cui interno si sviluppasse la vita di una piccola ma ricca piazza milanese, al centro di una vasta area da sottrarre al traffico veicolare.

L’impianto ottagonale dell’edificio interpreta in chiave mitteleuropea le regole del luogo (come l’asse fondamentale che congiunge via Arcivescovado con l’ex Tribunale o il forte nesso che si è stabilito tra la Piazza Fontana e quella di Santo Stefano attraverso lo squarcio nell’ex Verziere) e ne diviene a sua volta regola: gli assi principali sono segnati da grandi portali per instaurare una dialettica con i solenni atrii degli edifici circostanti; gli assi secondari si aprono nelle direzioni complementari.

La piazza è un luogo interno e ben definito, circoscritto da un’architettura articolata e minuziosa, leggermente svasata verso l’alto per garantire la vista del Duomo in quanto referente spaziale fondamentale: sotto al porticato si aprono luoghi culturali e commerciali, spazi per la ristorazione e, più in alto, strutture alberghiere. Sotto la Piazza si trova una grande sala per esposizioni o per incontri e, naturalmente, i magazzini e le pertinenze degli spazi commerciali; agli altri piani interrati si trovano rispettivamente parcheggi e box (di cui si sente grande necessità).

Le facciate esterne sono caratterizzate dai portali di serizzo ghiandone levigato che si stagliano su una zoccolatura dello stesso materiale sovrastata da un piano di beola forte bocciardata (così come le modanature marcapiano e i contorni delle aperture); gli ultimi piani sono intonacati ad affresco nel colore rosato antecedente le innovazioni piermariniane; il tetto è rivestito in rame. Le facciate interne sono caratterizzate dal rivestimento in marmo di Crevola d’Ossola marcato da fasce in beola forte; il colonnato è in granito Rosa di Baveno così come i contorni delle finestre; il ballatoio è dotato di una balaustra in profili di ferro pieno. La fontana, concepita dal Piermarini, è al centro della piazza pavimentata in lastre spesse di porfiroide rosa di Cuasso al Monte.

Progettisti: architetti Riccardo Nava, Duccio Soffientini e Alessandro Ubertazzi.
Collaboratori progettisti: architetti Paolo Danelli ed Eva Christine Jensen.
Collaboratori: architetti Antonella Belloro, Tiziana Lorenzelli, Simona Furini e Fabrizia Pampirio.
Il commento alle immagini è tratto da: Alessandro Ubertazzi (e altri), La nuova Piazza Fontana, relazione di accompagnamento al progetto del Centro DA al concorso per la ricostruzione di Piazza Fontana indetto dal Comune di Milano.


QUATTRO SAGRATI DI MILANO.

San Gioachimo.
La formazione di un duplice sagrato, rispettivamente atto a ospitare le funzioni religiose e ad accogliere i riti sociali del quartiere che si svolge attorno alla Chiesa di San Gioachimo, in questo caso passa attraverso la accettazione e la spettacolarizzazione della mobilità, non solo veicolare, che la assedia. L’ampio spazio antistante la chiesa è attraversato da uno dei più evidenti assi viari della città di Milano, il quale, a sua volta, ricalca le tracce dell’antico asse ferroviario: esso porta le stimmate di una colpevole indeterminatezza urbana che è perlomeno proporzionale alla dimostrata incapacità di fornire una esatta risposta politica a evidentissime istanze insediative. La sistemazione funzionale (che è resa oggi quanto meno possibile dalla presenza vitale del Passante Ferroviario che introduce linfa umana nel deserto veicolare) consente di concepire la ipotetica “platea” di un grande teatro urbano incentrato sullo spettacolo della mobilità. In questo senso le forti quinte edificate ai lati della chiesa (debitamente raccordate con le masse verdi costituite da alberature convergenti sul fulcro centrale di un sagrato sacro lievemente sopraelevato sulla piazza lastricata) si aprono verso il rilevato delle “ex Varesine” in attesa di una significativa sistemazione: noi suggeriamo un collegamento funzionale “dichiarato” fra questo e il mezzanino del Passante. La nostra vuole essere una piazza solare, che il gioco delle linee disegna te sulla pavimentazione sottolinea ulteriormente. La “piazza” è definita a Sud dall’asse viario principale e separata da questo mediante un filare di paracarri di granito rosa di Baveno; la pavimentazione del sagrato profano è realizzata in sienite della Balma di Andorno, suddivisa da raggi di granito rosa di Baveno; il sagrato sacro (compresa la gradinata) è previsto in porfiroide rosa di Cuasso al Monte intersecato in asse dal raggio di granito rosa di Baveno; la meridiana che, un po’ per gioco, riprende il tema della solarità è realizzata in lastre di granito bianco di Montorfano (come anche il camminamento che, a Sud, costeggia l’asse viario) sul quale un grande gnomone di acciaio inossidabile brunito proietterà l’ombra dei ritmi celesti; a Nord-Est (ove è collocata la fermata del tram) e lungo tutto l’asse Nord-Ovest si sviluppa un “bosco” di tigli.

Progettisti: architetti Riccardo Nava, Duccio Soffientini e Alessandro Ubertazzi.
Collaboratore progettista. arch. Alessandro Calvi Parisetti
Consulente: ing. Stefano Bernardi (traffico e viabilità).
Collaboratori: architetti Simona Furini, Susanna Levi, Laura Rovelli, Anna Paola Scala e Marco Silva.

Santa Francesca Romana.
I commerci intensissimi che si sviluppano lungo il corso Buenos Aires e che tendono (soprattutto con l’avvento delle nuove uscite del Passante) a conquistare anche gli spazi retrostanti, devono essere almeno in parte ribilanciati con occasioni socializzanti. La formazione di un sagrato (sacro e profano) nello spazio davanti alla Chiesa di Santa Francesca Romana (ora toccato a Sud da una grande arteria), consegue alla necessità di dotare il quartiere di un adeguato spazio di relazione. Il grande spazio quadrangolare su cui s’affaccia la chiesa (disposta sbieca e che abbiamo comunque voluto ricordare con un segno) è oggi racchiuso sui lati da incombenti masse edificate e a Sud da un viale caratterizzato dal traffico rumoroso: abbiamo voluto isolarlo da quest’ultimo e definirlo ulteriormente mediante una doppia alberatura realizzata con pioppi cipressini. Con lo stesso tipo di alberi formiamo una cortina curva che asseconda e prosegue la facciata della chiesa contribuendo a definirne il “sagrato” anche a Nord. Più in particolare lo spazio si divide in due luoghi lievemente sfalsati: rispetto a quello destinato alle funzioni religiose (realizzato con una lastricatura di sienite della Balma di Andorno), quello più propriamente adatto alle relazioni umane è reso “appetibile” con l’utilizzo di un materiale lapideo molto caldo quale il porfiroide rosa di Cuasso al Monte. L’asse che ricorda l’antica visuale verso la facciata della chiesa è realizzato in pietra di colore chiaro come, ad esempio, il granito di Montorfano.

Progettisti: architetti Riccardo Nava, Duccio Soffientini e Alessandro Ubertazzi.
Collaboratori progettisti: architetti Laura Rovelli e Anna Paola Scala.
Collaboratori: architetti Alessandro Calvi Parisetti, Simona Furini, Susanna Levi e Marco Silva.


Piazza Otto Novembre.
La sistemazione della Piazza Otto Novembre si pone come completamento della stazione “Venezia” del Passante Ferroviario. Quest’ultimo è una forte occasione per introdurre nello spazio esistente un qualche significativo rimedio a una situazione di incompletezza aggravata da alcune evidenti lacune, quasi dei denti mancanti, determinate dai lavori stessi.
L’assenza di significative polarità architettoniche non ci esimeva dal cercare, nonostante tutto, un segno esplicito della presenza del Passante stesso né ci esimeva dalla ricerca di un ulteriore ordine edilizio ottenuto con la chiusura di quei vuoti; essi sono stati l’occasione per realizzare nuove quinte architettoniche sopra gli ingressi alla stazione interrata: il volume edificato (evidentemente di interesse pubblico) potrebbe ospitare funzioni di tipo collettivo del quartiere. Poiché è libera da stretti vincoli volumetrici, una delle quattro uscite, collocata in fregio alla intersezione dei due assi viarii costituiti da viale Regina Giovanna e da via Ramazzini, è stata coperta con strutture autonome che si rifanno alla poetica delle stazioni sottostanti. Proprio per maggiore completezza, il lembo di piazzale sul quale poggia la copertura dell’accesso al mezzanino è stato sottratto alla veicolarità e lastricato con massello di porfiroide rosa di Cuasso al Monte così come anche quel tratto di via Ramazzini contenuto (e perciò evidenziato) all’interno del quadrato che lambisce tutti gli edifici.

Progettisti: architetti Riccardo Nava, Duccio Soffientini e Alessandro Ubertazzi.
Collaboratori progettisti. architetti Laura Rovelli, Anna Paola Scala.
Collaboratori. architetti Alessandro Calvi Parisetti, Simona Furíni, Susanna Levi e Marco Silva.
Largo Fra Bellintani
(San Carlo al Lazzaretto).
L’ipotesi di dotare la chiesa dedicata a San Carlo (un tempo al centro del Lazzaretto per gli appestati) di un sagrato adeguato sia per una fruizione prettamente religiosa che per utilità solo profane, a nostro avviso implicherebbe un’audacia progettuale superiore a quella consentita. Infatti esigere che il “resto” del grande complesso ospedaliero sia ampiamente evocativo della precedente funzione e addirittura momento didattico della stessa appare assolutamente legittimo.
Prima ancora di disegnare il “sagrato” richiesto abbiamo perciò voluto rivisitare la chiesa per cercare una verosimile chiarezza d’impianto e di significati: l’edificio che, aperto ai quattro venti per dissolvere l’aria contagiata dai malati, doveva consentire comunque la vista della Messa, ultimo conforto religioso ai morituri, è stato liberato dalla incongruente e tardiva aggiunta che mortifica il rigore del suo originario impianto centrale.
Pur conservando all’interno la funzionalità religiosa, la chiesa è stata riaperta sugli otto lati assumendo l’antico impianto di panottico “memento mori”.
A causa degli sconsiderati interventi di edilizia speculativa (che hanno cancellato praticamente ogni traccia del Lazzaretto e soverchiato i suoi resti con sproporzionata edilizia) è stato impossibile restituire all’edifico il ruolo di centro focale dell’intero contesto mentre esso potrebbe avere il compito di centro di osservazione delle poche linee prospettiche rimaste. La piazza, che oggi costituisce il retro del complesso, diventa uno dei tanti “accessi” a una memoria così importante delle vicende della nostra città.
Lo spazio che s’affaccia su viale Tunisia è stato definito con un lastricato e con elementi di arredo (paracarri, sedute e griglie); sulla porzione maggiore del pavimento è stata disegnata la pianta del Lazzaretto. La chiesa così ritrovata è tinteggiata con il bianco della calce usata contro la peste. La pavimentazione del piccolo piazzale è di diorite di Anzola con un grande intarsio di conci in conglomerato cementizio speciale di colore bianco e nero. Paracarri e sedute sono in granito rosa di Baveno, le griglie di bronzo. Consapevoli della difficoltà materiale di smantellare l’abitazione del parroco, desideriamo ricordare che una città come Milano può permettersi davvero di spendere adeguate risorse per conferire nuovi significati a un luogo così importante della memoria collettiva.

Progettisti: architetti Riccardo Nava, Duccio Soffientini e Alessandro Ubertazzi.
Collaboratore progettista: arch. Simona Furini.
Collaboratori: architetti Alessandro Calvi Parisetti, Laura Rovelli, Susanna Levi e Marco Silva.


Il commento alle immagini è tratto da:
Alessandro Ubertazzi, Quattro sagrati di Milano, Relazione di accompagnamento al progetto del Centro DA al concorso “Sagrati di Milano” indetto dalla Metropolitana Milanese per la sistemazione degli spazi impegnati dai lavori del Passante Ferroviario, Milano, 26 giugno 1990.

Alessandro Ubertazzi si è laureato in Architettura presso il Politecnico di Milano, città dove opera professionalmente. In particolare lavora nei diversi ambiti della progettazione sia in Italia che all’estero: urbanistica commerciale, architettura per i luoghi pubblici, trasporto e residenza, arredo urbano e design, ambientazione e arredamento, grafica sistematica. Ha prestato la propria consulenza per alcune importanti società per la grande distribuzione, ha concepito un grande numero di librerie per diversi gruppi italiani e stranieri e con il Centro DA si è occupato della concezione dell’immagine per il trasporto pubblico della Regione Lombardia. Ha partecipato a numerosi concorsi di progettazione nazionali e internazionali, ricevendone importanti riconoscimenti.
Dopo avere svolto attività didattica e di ricerca universitaria presso la Facoltà di Architettura di Milano assieme a Marco Zanuso e a Tomàs Maldonado, dal 1987 al 1990 è stato professore associato di Disegno Industriale II all’Università di Palermo, nel 1991 è chiamato alla cattedra di Disegno Industriale alla Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano, dove dal 1988 tiene, per supplenza, anche il corso di Progettazione Ambientale. Dal 1991 è anche docente di Morfologia dei Componenti presso l’Ateneo palermitano. Per l’Anno Accademico 1991-92 è chiamato a tenere il corso “Espace-information “ presso l ‘Ecole Nationale des Beaux Arts di Lione.
Dal 1987 al 1992 ha fatto parte della Segreteria Scientifica dell’Assessorato alla Edilizia Privata del Comune di Milano col compito, fra l’altro, di concepire il nuovo Regolamento Edilizio; dal 1990, e in prosecuzione di questo incarico, fa parte della Commissione per la stesura del nuovo Regolamento di Igiene della città. Dal 1991 fa parte della Commissione Edilizia del Comune di Milano.



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